Cosa mi porto in Europa 2.0


L’obiettivo generale di questa ricerca è capire qual è, in situazioni di rischio e disagio dati dal viaggio e dalla permanenza nelle strutture di accoglienza, il bagaglio culturale e materiale irrinunciabile per i migranti che in questi mesi giungono in Europa dai vari paesi del mondo.
La metodologia utilizzata è quella delle interviste qualitative unite all’approccio metodologico proprio dei Material Culture Studies: nelle interviste ai testimoni, oltre ad una panoramica generale della loro storia personale e delle loro aspettative, è stato infatti chiesto di mostrare e commentare quali oggetti avessero portato con sé per il viaggio.
Il primo step si è svolto nell’estate del 2015 nelle stazioni ferroviarie di Bolzano e del Brennero, dove sono stati intervistati una cinquantina di migranti eritrei (quasi esclusivamente maschi) in transito verso la Germania e il Nord Europa.
Il secondo si è sviluppato invece nell’estate del 2016 nella struttura di accoglienza Residenza Fersina, dove, tra i circa 400 richiedenti asilo di varia nazionalità (solo maschi ospitati in un ex caserma situata a Trento sud, gestita dalla Provincia Autonoma di Trento), sono stati intervistati circa 50 migranti.
I risultati delle due ricerche si sovrappongono per quanto riguarda gli aspetti religiosi e parentali.
Tutti hanno (o avevano, in quanto hanno subito dei furti lungo il viaggio) oggetti di carattere religioso (Bibbie, Corani, croci, amuleti magico-religiosi, ecc.) e famigliare (foto di casa, di amici e di parenti, spesso custodite negli smartphone).





Residenza Fersina, Trento (2016): il tasbeeh di un profugo afgnano







Residenza Fersina, Trento (2016): pagine miniate del Corano che un profugo pakistano porta legate al braccio (regalo della madre)




Residenza Fersina, Trento (2016): amuleto voodoo costituito da un anello caricato di energia positiva dalla "seconda mamma" di un profugo nigeriano.

Riguardano la sola Residenza Fersina i riferimenti, meno scontati, agli sport. Alcuni migranti africani hanno infatti portato con sé le maglie delle squadre di calcio in cui militavano o quelle dei grandi club europei che seguivano alla tv, mentre diversi Pakistani e Afgani hanno portato con loro quelle della nazionale di cricket, della quale possiedono anche numerosi filmati nei loro smartphone.





 

Residenza Fersina, Trento (2016): maglietta della squadra di calcio nella quale militava il profugo senegalese




Residenza Fersina, Trento (2016): maglietta della nazionale afghana di cricket




Residenza Fersina, Trento (2016): palla da cricket (profugo pakistano)

Afghani e Pakistani, oltre all’interesse per le rappresentative nazionali, hanno anche quello per il proprio paese, inteso come uno stato con una storia recente (o relativamente recente) di emancipazione dalle potenze straniere, del quale hanno con sé bandiere e, negli smartphone, immagini di uomini politici e di guerriglieri.



 

Residenza Fersina, Trento (2016): il comandante Massud, eroe afghano della resistenza contro i Sovietici.




Residenza Fersina, Trento (2016): Muhammed Alì Janah, fondatore del Pakistan moderno (1948)

Molti, soprattutto i più giovani, hanno portato con sé abiti ordinari, festivi ma anche dei profumi e dei trucchi (gli uomini Afghani e Pakistani usano la matita per gli occhi) per poter affrontare, come riferito da loro stessi, un futuro nel quale poter sviluppare non solo questioni legali o professionali ma anche relative ad un certo tipo di vita sociale.



 

Residenza Fersina, Trento (2016): matita per gli occhi di un profugo pakistano

 


Residenza Fersina, Trento (2016): vestito di un profugo afghano

Lo stesso vale per la musica, spesso di artisti provenienti dai paesi d’origine, che molti ascoltano dagli smartphone.
Considerando l’emergenzialità della situazione, le risposte messe in atto dalla Provincia Autonoma di Trento rispondono molto bene alle questioni messe in luce in precedenza.
Nella Residenza Fersina è presente una piccola moschea per i Musulmani, mentre i Cristiani escono e pregano nelle chiese di Trento, dove hanno iniziato ad intessere delle relazioni con alcuni parroci.
Nel piazzale antistante l’edificio è stato organizzato un piccolo campo da calcio (sport seguito, con accesi dibattiti, anche nella sala tv), mentre Afghani e Pakistani hanno provveduto loro stessi ad improvvisare un campo da cricket dove sfidarsi nei lunghi pomeriggi estivi.
L’utilizzo di una wi-fi lenta ma fruibile è forse una delle cose più apprezzate e quella che più delle altre occupa i migranti, che con lo smartphone possono connettersi al web e comunicare con grande sollievo, spesso via face book, con amici e parenti.
La presenza di una serie di corsi di italiano permette a chi lo vuole di imparare la lingua per potersi preparare a vivere e lavorare in Italia.
Le pratiche di accoglienza predisposte combaciano quindi con quelle che possono essere le esigenze dei migranti anche se sfuggono due questioni, difficilmente risolvibili in situazioni di emergenza: riuscire a superare il carico di dolore dato dalle difficoltà del viaggio e attendere l’esito non scontato della richiesta d’asilo.
Sindrome da stress postraumatico (relativa soprattutto a chi è passato per la Libia) e angoscia per il futuro sono stemperate nelle piccole pratiche sociali quotidiane e nello storytelling affidato ad una serie di quadri realizzati da due giovani pittori - un ragazzo nigeriano e uno pakistano - in un atelier improvvisato in una delle stanza di Residenza Fersina.
In due splendidi cicli di acquarelli, esposti in diverse sedi (anche esterne al circuito dell’accoglienza), i due artisti hanno rappresentato tutte le difficoltà del viaggio affrontato, utilizzando l’arte, oltre che in funzione storica, anche in chiave psicoanalitica: un processo che ha aiutato i migranti (e gli artisti stessi) a rielaborare lutti ed esperienze difficili da raccontare, altrimenti destinati a rimanere nelle coscienze dei singoli.
La prima conclusione della presente ricerca è quella di sottolineare come uno screening antropologico degli ospiti può certamente favorire e orientare le pratiche da mettere in atto per la loro accoglienza.
In secondo luogo è possibile notare come le grandi strutture, che ospitano consistenti numeri di richiedenti asilo, rendono certamente più difficoltosa l’organizzazione generale ma permettono agli ospiti di poter confrontarsi con un più ampio numero di persone che vivono la loro stessa situazione, aumentando così le possibilità di confronto e favorendo le pratiche sociali di storytelling, condizione essenziale per iniziare il percorso di integrazione.
Un'ultima riflessione riguarda i risultati generali della ricerca. Gli oggetti indicano come i migranti abbiano portato con sè valori e passioni (religione, famiglia, arte, sport) largamente condivisibili con quelli di noi Europei.