Una sepoltura di cane connessa a un edificio di abitazione della seconda età del Ferro recentemente scavata a Laion/Lajen – Gimpele I (Bolzano)


Luca Pisoni, Umberto Tecchiati,
Atti del V Convegno Nazionale di Archeozoologia, Rovereto TN, 2006
Riassunto/Summary

Durante lo scavo del sito archeologico di Laion Gimpele I (BZ) sono venuti alla luce i resti di un’unità abitativa datata tra il III e il I sec. a.C., costituiti da tre muri perimetrali in pietre a secco. I piani d’uso interni hanno restituito una considerevole quantità di ceramica da mensa e da fuoco appartenente alla Cultura di Fritzens-Sanzeno, mentre dal calpestio esterno provengono 6 frammenti di fili d’oro. Lo studio dei resti carpologici e antracologici ha messo in luce la presenza di cereali, leguminose, frutta e carboni appartenenti a diverse specie arboree. Dentro l’abitazione, posto in una piccola fossa, è stato rinvenuto uno scheletro di cane ancora in connessione anatomica. Le cattive condizioni di conservazione delle ossa hanno impedito di verificare l’eventuale presenza di traumi ai quali imputare la causa della morte. Stratigraficamente la sepoltura è da attribuire alla fase di abbandono dell’abitazione, che, data l’assenza di tracce relative ad incendi o a distruzioni violente, deve essere avvenuto in maniera pianificata. La sepoltura può quindi essere interpretata come l’ultimo atto, fortemente simbolico, della vita della casa.

On summer 2002, during the archaeological excavations at Laion/Lajen-Gimpele I (BZ), a dwelling unit dated to the second Iron Age (III-II a.c). The surveys allowed to dig only a part of the building, i.e. three perimetral walls formed by a single row of stones, tied together with clay. The floors have given back a remarkable quantity of meal pottery (Fritzens type, Sanzeno type, and with S-like profile), cooking pots, ceramic scretched by alphabetical acronymus while, from the external tramp floor come six gold threads fragments. The more interesting discovery during the excavation is represented by a dog burial: in a small pit, an adult dog skeleton, still in anatomical connection, has been recovered. The bad state of preservation of its bones hasn’t permitted to verify traumas that might have caused death of this animal. By a stratigraphical analysis, the burial is contemporaneous to the latest settlement phase of the house, when it has been abandoned. In this point of view the burial could be interpreted as the last act - strongly symbolic - of the building’s life.

Introduzione

Nei pressi dell’abitato di Laion/Lajen, alla confluenza della val Gardena nella val d’Isarco, si trova l’area archeologica di Gimpele I (1077 m). Qui, durante la campagna di scavo 2002 - condotta dall’Ufficio Beni Archeologici della Provincia di Bolzano e diretta da uno degli scriventi (UT) - sono venuti alla luce i resti di un’unità abitativa, al centro della quale è stata rinvenuta la sepoltura di un cane. L’approccio interdisciplinare e i confronti effettuati con diversi contesti protostorici italiani ed europei hanno permesso di ampliare la conoscenza delle pratiche rituali relative all’area retica.

Lo scavo: l’edificio e la sepoltura del cane


Fig. 1. L’abitazione di Laion Gimpele I. Al centro, evidenziato dall’ellisse, il luogo della sepoltura del cane. In basso, tazze e scodelle appartenenti alla Cultura di Fritzens-Sanzeno rinvenute nella struttura (da sinistra a destra: tipo Sanzeno, con profilo a S, tipo Fritzens).

Lo scavo dei piani di calpestio interni alla struttura - ultima di 6 costruzioni, una delle quali dotata di un pozzo, realizzate una sopra l’altra mantenendo il medesimo orientamento - ha portato al recupero di una notevole quantità di ceramica appartenente alla Cultura di Fritzens-Sanzeno (fig. 1), che data la frequentazione dell’edificio al La Tène C-D1 (III-I sec. a.C.). I campioni di sedimento inviati al laboratorio dei Musei Civici di Como contenevano i resti carpologici di numerosi cereali (miglio, panico, orzo, farro), leguminose (pisello, lenticchia ed ervo) e frutta (vinaccioli, frammenti di gusci di nocciole), oltre che 6 frammenti di fili d’oro. I numerosissimi resti antracologici fanno ipotizzare la presenza, all’interno dell’edificio, di un focolare (o di un luogo di accumulo delle braci) che non ha lasciato tracce strutturate. Le analisi archeozoologiche hanno permesso di individuare una cospicua quantità di ossa animali, tra le quali vi sono numerose coste, tagliate ad una misura standard di 5 cm, da interpretare come resti di pasto. Nei livelli di abbandono, deposto in una fossa ricavata accanto ad una grossa pietra, è stato rinvenuto lo scheletro di un cane adulto, di sesso probabilmente femminile, ancora in connessione anatomica (Fig. 1, luogo indicato dall’ellisse nera). Il cattivo stato di conservazione, che riguarda soprattutto il cranio, ha permesso di misurare solo alcune delle ossa appartenenti allo scheletro (Tab. 1). Dalla GL del femore (192,0), del radio (169,3) e della tibia (196,0) sono state calcolate le altezze al garrese, i cui valori medi, a seconda del coefficiente utilizzato, misurano 565,09 (Koudelka) e 572,10 mm (Harcourt). In ambito atesino, l’unica misura disponibile per il confronto è quella di un astragalo da Bressanone- Dominik (BZ; Riedel 1986), la cui GL misura 26,6 mm contro i 30,0 di Laion. La WHR del cane di Santorso (VI), calcolata in base alla GL di un radio, si avvicina molto a quella di Laion (568 mm secondo coeff. Koudelka; 563 mm secondo coeff. Harcourt; Cassoli, Tagliacozzo 1991, p. 190 ). Il cane di Castelrotto (VR) è più piccolo se si prende in considerazione la GL di due MT IV (61,5 mm e 70 mm di Castelrotto; 80,0 mm di Laion) e uguale se si considera la GL di un MT V (71,0 mm di Castelrotto; 70,0 mm di Laion; Riedel 1985, p. 92). Nell’insediamento di Ramsautal sul Dürrnberg, le altezze al garrese, calcolate con coefficienti di Harcourt, variano da un minimo di 516,1 mm a un massimo di 638,9 mm; la media è di 587,1mm (Pucher 1999, p. 60). La WHR del cane dell’oppidum di Manching, calcolata per mezzo di un GL di un’ulna, corrisponde a 500 mm (Boessneck J. et al. 1971, p. 89).

Sepolture di cani nella Protostoria italiana ed europea

Nella Protostoria europea, le sepolture di cani, oggetto di numerosi studi, si possono ricondurre ad almeno tre ambiti distinti: funerario, legato ai riti sacrificali e connesso alla fondazione delle cinte murarie difensive. Ai cani erano affidati dei compiti pratici e dei ruoli simbolici, che talvolta, come nel caso del cane-guardiano, coincidevano. Tale simbologia emerge in tutta chiarezza dalle deposizioni in ambito funerario che riguardano l’Europa continentale e la Penisola italiana (De Grossi Mazzorin, Minniti 2001; De Grossi Mazzorin, Tagliacozzo 1997; Salari, Sardella 2006; Méniel 2006; Behrens 1964), dai riti sacrificali connessi alla costruzione delle cinte murarie di Arimiunum, Fidenae e Paestum (De Grossi Mazzorin, Minniti 2006), e da quelli legati all’abbandono dei bothroi e dei luoghi di culto di Torre di Satriano, dell’Heraion alle foci del Sele e del tempio A di Pyrgi (De Grossi Mazzorin, Minniti 2006). Sembra invece essere limitato al solo ambito mediterraneo il complesso di credenze, legate ai momenti di passaggio e di purificazione, testimoniato dalle fonti e dai rinvenimenti di ossa di cane nei depositi del Lapis Niger, delle aree sacre di S. Omobono e di Satricum (Wilkens 2006; De Grossi Mazzorin, Minniti 2006). Per quanto riguarda l’arco alpino centrale e orientale, la scarsa presenza del cane nei luoghi di culto noti col nome di Brandopferplätze (Gleirscher 2002), fa escludere che esso fosse considerato una figura di primo piano nella sfera sacrale.

Conclusioni

Lo studio delle case retiche, le caratteristiche costruzioni della Cultura di Fritzens-Sanzeno, ha messo in luce come molte di esse siano costituite da edifici nei quali si svolgevano diverse attività, talvolta difficili da identificare (cottura cibi, lavorazioni artigianali, conservazione derrate, etc.; Migliavacca 1996). Nel nostro caso, la presenza di resti di pasto e gli indizi del focolare rendono lecito ipotizzare una frequentazione a scopo residenziale. Tuttavia, numerosi elementi, quali l’ininterrotta frequentazione dell’area, il rinvenimento di una cospicua quantità di ceramica da mensa, la presenza dei fili d’oro e la deposizione del cane contribuiscono ad attribuire all’edificio anche una connotazione simbolica, analogamente a quanto proposto per le strutture di epoca lateniana dei Montesei di Serso (TN; casa 2; Perini 1966) e di Castelrotto (VR; struttura R; Salzani 1982). La sepoltura di Laion, che può essere interpretata come l’esito di un rito di abbandono dell’abitazione, evoca la simbologia del cane-guardiano, tanto più che, considerando solo gli strati successivi alla vita dell’edificio, le ossa di cane costituiscono il 41% del totale (escluse quelle della deposizione).

Bibliografia

Behrens H. 1964. Die neolotisch-frühmetallzeitlichen Tierskelettfunde der Alten Welt. Veröffentlichungen des Landesmuseums für Vorgeschichte in Halle, Heft 19.
Boessneck J. et al. 1971. Die Tierknochenfunde aus dem Oppidum von Manching. Römisch-Germanische Kommission des Deutschen Archäologischen Instituts zu Frankfurt am Main, Band 6, Wiesbaden
Cassoli P. F., Tagliacozzo A. 1991. La fauna degli scavi 1983-1986 a Santorso, Vicenza (Età del Ferro). Preistoria Alpina, 25: 165-216
De Grossi Mazzorin J., Tagliacozzo A. 1997. Dog remains in Italy from the Neolithic to the roman period. Anthropozoologica, 25-26: 429-440.
De Grossi Mazzorin J., Minniti C. 2001. Caratterizzazione archeozoologica: le sepolture di cani. In Paola di Manzano (a cura di) Ad deverticulum. Scavi archeologici lungo la bretella Nomentana-GRA, Roma, pp. 81-93.
De Grossi Mazzorin J., Minniti C. 2006. Dog Sacrifice in the Ancient World: a ritual passage ?. In L. M Snyder and E. A. Moore (eds.) Dogs and People in Social, Working, Economic or Symbolic Interaction, 9th ICAZ Conference, Durham 2002, pp. 62-66
Gleirscher P. 2002. Alpine Brandopferplätze. In L. Zemmer-Plank (a cura di) Culti nella preistoria delle Alpi, Collana della Comunità di lavoro regioni alpine Arge Alp, Bolzano, pp. 591-634.
Méniel P. 2006. Le chien en Gaule. In D. Vitali, A. Curci (a cura di) Animali tra Uomini e dei, Archeozoologia del mondo preromano, Atti del Convegno Internazionale, Ravenna 8-9 novembre 2002, Università di Bologna, Dipartimento di Archeologia, pp. 42-52
Migliavacca M. 1996. Lo spazio domestico nell’Età del Ferro. Preistoria Alpina, 29: 5-161.
Perini R. 1966. Risultati dello scavo di una capanna dell’orizzonte retico nei Montesei di
Serso (Pergine Valsugana - Trentino). Studi Trentini di Scienze Naturali, Sez. B, XLII, 1:148-183
Pucher. E. 1999. Archäozoologische Untersuchungen am Tierknochenmaterial der keltischen Gewerbesiedlung im Ramsautal auf dem Dürrnberg (Salzbug). Dürrnberg-Forschungen, Band 2: 17-111
Riedel A. 1985. The fauna of the Iron Age site of Castelrotto (Verona). Padusa, 21: 55-98.
Riedel A. 1986. Die Fauna einer eisenzeitlichen Siedlung in Stufels bei Brixen. Preistoria Alpina 22: 183- 220.
Salari L., Sardella R. 2006. Il cane nella necropoli di Porte di Ferro a San Cipriano Picentino (Salerno). Società per la Preistoria e la Protostoria della Regione Friuli-Venezia Giulia, 7: 155-165.
Salzani L. 1982. Relazione preliminare sulle campagne di scavo 1978-1981 ad Archi di Castelrotto. Bollettino del Museo Civico di Storia Naturale di Verona, IX : 359-402.
Wilkens B. 2006. The Sacrifice of Dogs in Ancient Italy. In L. M Snyder and E. A. Moore (eds.) Dogs and People in Social, Working, Economic or Symbolic Interaction, 9th ICAZ Conference, Durham 2002, pp. 131-136.

Etnoarcheologia e archeologia nella conca di Terlago. Attività economiche, viablità preistorica, economia del rame e sentieri SAT


Bollettino S.A.T., Società Alpinisti Tridentini, Anno LXVI, N. 1 – 2003 I Trimestre, Pag. 26-29



Con questo contributo si intende proporre una breve panoramica riguardante le modalità insediative della conca di Terlago durante l’età del Bronzo.
Saranno sviluppati, in particolare, gli aspetti legati al rapporto di interdipendenza tra uomo e ambiente, le cui potenzialità di sfruttamento economico, e le cui conformazioni geomorfologiche, influiscono in maniera determinante sulle forme e sulle e modalità della presenza umana, antica e moderna.

Il territorio: modalità di sfruttamento economico

L’attenzione dell’uomo verso il territorio ha subito nel tempo profondi mutamenti legati al variare delle pratiche economiche.
Durante il Paleolitico e il Mesolitico l’economia umana si basava sulla caccia, sulla pesca e sulla raccolta.
Le aree d’interesse erano quindi variabili a seconda delle stagioni e comprendevano tutte le fasce dell’ambiente alpino, dal fondovalle fino alla sommità delle montagne
Con il Neolitico e l’avvento delle pratiche agricole e pastorali si assiste ad una progressiva stabilizzazione degli insediamenti, ad una frequentazione del territorio che privilegiava prevalentemente il fondovalle, e ad un impatto ambientale di proporzioni notevoli.
L’inedita esigenza di luoghi adatti alla coltivazione e al pascolo, si traduceva infatti in vaste opere di disboscamento.
L’età del Rame vede due importanti innovazioni di carattere economico: l’introduzione delle tecniche di lavorazione del metallo del Rame e la lavorazione casearia del latte per la produzione di burro e formaggio.
A differenza del periodo precedente, il Neolitico, le aree montane sono oggetto di un rinnovato interesse, sia per l’approvvigionamento del rame (in Trentino i principali giacimenti di rame, in forma di calcopirite, si trovano in Valle dei Mocheni, nella zona di Calceranica, di Pinè, in alta val di Non e in quantità minori nelle Giudicarie Interiori), che per la presenza di ampi pascoli.
Questo processo ha una notevole accelerazione durante l’età del bronzo, dove si può parlare di vera e propria “esplosione” degli insediamenti in quota.
La situazione odierna non è lontanamente paragonabile a quella dell’età del Bronzo.
Tuttavia, almeno fino agli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, l’economia rurale dell’area oggetto del nostro interesse si articolava in uno sfruttamento capillare del territorio circostante gli abitati, dove le aree migliori erano solitamente destinate all’agricoltura, mentre quelle scomode da coltivare o caratterizzate da un’eccessiva altitudine (all’incirca sopra gli 800 metri, anche se in presenza di condizioni ambientali particolarmente favorevoli o sfavorevoli, la cifra di ogni singolo caso può variare di molto) erano destinate alla fienagione o alla cerealicoltura di montagna.
Il mutato assetto economico e sociale ha fatto sì che oggi lo sfruttamento del territorio non sia più basato su un’economia di sussistenza, ma sia improntato su una produzione specializzata di un numero esiguo di beni, destinati poi alla commercializzazione.
Ciò ha avuto come conseguenza l’abbandono da parte dell’uomo di quelle aree, oggi ritornate bosco, non più considerate redditizie, ma che una volta erano in grado di garantire la sopravvivenza di intere famiglie.

L’età del Bronzo in Trentino-Alto Adige (2200 a.c.-1000 a.C.)

Durante l’età del Bronzo si assiste ad un notevole aumento demografico e ad una conquista sempre più massiccia da parte dell’uomo delle grandi vallate alpine, dove, le ampie distese prative, ben si prestano ad un crescente interesse per l’economia di tipo pastorale, legata sia al consumo di carne che alla produzione di latte e formaggi.
Le modalità insediative sono diverse a seconda dei luoghi.
In Trentino sono infatti noti, oltre alle palafitte di Ledro e Fiavè, anche abitati d’altura e di fondovalle.
Le specie animali allevate erano: capra, pecora, maiale e bue, con un’accresciuta importanza della capra-pecora rispetto al passato e una diminuzione di quella del maiale, mentre, per ragioni non legate all’alimentazione, si allevavano cavalli e cani.
In campo agricolo sono da registrare numerose migliorie, le più importanti delle quali sono l’uso dell’aratro (rinvenuto a Fiavè) e la pratica della rotazione, che mirava ad alternare, in uno stesso appezzamento di terra, una stagione di coltivazione ad una di riposo.
Le specie vegetali coltivate erano, oltre al lino, utilizzato per la realizzazione di tessuti, il grano (Triticum monococcum, dicoccum, aestivum/compactum), l’orzo (Hordeum volgare), il miglio (Panicum miliaceum), l’avena(Avena sativa), le fave(Vicia faba), le lenticchie (Lens culinaria)e i piselli(Pisum sativum).
La dieta quotidiana poteva essere integrata in maniera esigua dalla caccia (cervo e cinghiale), dalla pesca (tinche, cavedani) e dalla raccolta di frutti spontanei quali il corniolo (Cornus mas), il nocciolo (Corylus avellana), le ghiande (Quercus sp.), il prugnolo (Prunus spinosa), la vite (Vitis vinifera), le more (Rubus fruticosus), i fichi (Ficus carica), le mele (Malus sylvestris), le susine (Prunus domestica insititia), il sambuco (Sambucus nigra e Sambucus ebulus), i lamponi (Rubus idaeus), le fragole (Fragana vesca) e le pere (Pyrus communis).

Antiche e moderne forme di frequentazione della conca di Terlago: proposte interpretative

Saranno ora prese in considerazione due delle molteplici problematiche legate al rapporto uomo-ambiente, quella economica e quella viaria, utili strumenti per una migliore comprensione delle dinamiche insediative.
Durante l’età del Bronzo si assiste in tutta l’area del Trentino-Alto Adige e nella Conca di Terlago ad un sostanziale aumento del numero degli insediamenti e all’occupazione di fasce del territorio prima disabitate, probabilmente, oltre che per la spinta demografica, anche per un aumentato interesse verso l’economia di tipo pastorale.
Nel lato occidentale della conca ciò si concretizza nell’occupazione, a partire dal Bronzo Antico, del contrafforte meridionale del Monte Mezzana (località Val del Castel, Val del Fer, e Brusadi), e, dal Bronzo Medio, della fascia pedemontana del Gazza, ad opera degli abitati dell’Ariol di Covelo, del Doss Grande e della Camosciara (o Camociara) di Monte Terlago, e nella frequentazione di aree ad evidente vocazione pastorale, quali il Passo S. Antonio e Prada di Monte Terlago.
Il lato orientale, fatta eccezione per il Bronzo Finale, che vede la nascita dell’insediamento del Dosso della Croce, è caratterizzato invece da un’estrema stabilità del popolamento, come si può desumere dall’occupazione per tutta l’età del Bronzo dei siti del Doss Grum e del Doss. S. Elena di Cadine e della Groa di Sopramonte.
Tale continuità insediativa, risultata vincente per più di un millennio, potrebbe essere legata, oltre che allo sfruttamento agro-pastorale del territorio circostante, anche al controllo dell’asse viario che mette in comunicazione il comparto trentino occidentale (il Basso Sarca, la valle del Chiese, le Giudicarie e la Rendena) con quello orientale (Valsugana, val di Cembra, Fiemme e Fassa), il cui tragitto passa da Maso Camponcino (sotto la Groa) e lambisce poi i pendii del Grum.
In una situazione di questo tipo, probabilmente caratterizzata da un assetto sociale di tipo tribale, il controllo di una via di comunicazione poteva concretizzarsi nell’imposizione di dazi e in qualche caso anche in atti di vera e propria predoneria (testimonianze di questo genere ci giungono dalle fonti latine riguardo al territorio trentino appena romanizzato).
Nonostante siano passate alcune migliaia d’anni, se confrontiamo tale situazione con quella rurale odierna, ma soprattutto con quella dei primi decenni del secolo scorso, possiamo trovare numerose analogie che riguardano soprattutto le attività economiche e il sistema viario, due aspetti legati al territorio in maniera indissolubile e per questo attuali, almeno in parte, ancora oggi.
Sono cambiate invece le modalità insediative, che alla sommità dei colli, anche per motivi legati alla presenza dei corsi d’acqua e all’evoluzione delle attività artigianali (segherie, mulini, fucine), preferiscono le aree di versante o quelle più pianeggianti.
L’area pedemontana del Gazza, occupata un tempo dagli insediamenti del Maso Ariol, delle Laste di Monte Terlago, e del Doss della Camosciara di Monte Terlago, è oggi occupata dai paesi di Lon, Ciago, Covelo, Maso Ariol e Monte Terlago, che sfruttano, come probabilmente già nell’età del Bronzo, le potenzialità agricole del territorio circostante l’area abitata.
Da quest’area partono oggi, come probabilmente già nell’età del Bronzo, le greggi di animali che raggiungono i pascoli e le numerose malghe del Gazza e della Paganella (malghe di Gazza, di Ciago, di Covelo, di Terlago e di Zambana), dove, nei pressi del Passo di S: Antonio, sono stati rinvenuti numerosi frammenti ceramici relativi all’età del Bronzo Finale.
La viabilità odierna rispecchia in parte quella di un tempo.
Da Covelo è infatti possibile raggiungere Monte Terlago percorrendo un tratto del sentiero San Vìli, che di fatto passa proprio accanto agli insediamenti di Ariol e del Doss della Camosciara, e poi proseguire verso il Passo S. Antonio percorrendo il sentiero S.A.T 606 (probabilmente usato già a partire dall’età del Bronzo), o continuare per Prada (dove sono stati rinvenuti frammenti ceramici relativi all’età del Bronzo) per il sentiero S.A.T 682.
Il popolamento del lato orientale della conca coincide in parte con le aree già antropizzate durante l’età del Bronzo, preferendo alle sommità dei colli (Grum di Cadine e Groa di Sopramonte) le aree pianeggianti ad essi adiacenti.
Il ritrovamento di un falcetto in bronzo relativo all’età del Bronzo Finale (rinvenuto in una non meglio precisata località del Monte Bondone), costituisce la più antica testimonianza dell’attività di fienagione sul Monte Bondone, ampiamente praticata fino a qualche decennio fa dalle genti delle comunità che risiedevano alle sue pendici.
La viabilità ha subito invece un cambiamento radicale.
Infatti, la strada che attraverso il passo Camponcino collega Trento a Sopramonte, tanto importante durante l’età del Bronzo per il sistema insediativo del Doss Grum, Doss S. Elena, e Groa (oggi una strada sterrata transitabile in automobile), è stata superata dalla costruzione del tratto della Statale Gardesana che passa per il Bus de Vela.



Bibliografia

Bagolini B. - Pasquali T. - Pedrotti A. 1985 - Monte Mezzana (Conca di Terlago), Preistoria Alpina , 21: 268-272.
Biasi L, 1999, Sui monti di Trento, Bondone Soprassasso Paganella, natura, storia, segreti in 17 escursioni lungo i sentieri della SAT, Panorama, Trento
Castelli di Castel Terlago F.M. 1932, Terlago nelle sue memorie, Arti Grafiche, Saturnia, Trento
Dalmeri G. 1985, Maso Ariòl, Preistoria Alpina, 21 1985 pag. 264
Dalmeri G, Pasquali T., 1985, Monte Gazza, Paganella (Trento), Preistoria Alpina, 21 1985 pag. 80-82
Di Pillo M. 1991-1994, L’area Atesina fra il bronzo medio e l’inizio dell’età del Ferro, Tesi di Dottorato in archeologia (Preistoria), VI ciclo, Triennio Accademico 1991-94, Roma.
Ferrari D. - Pasquali T. 1985, Laste- Monte Terlago (Trento), Preistoria Alpina , 21 236-238.
Marzatico F., Tecchiati U., 2001, The Bronze Age in Trentino and Alto Adige/SüdTirol, in Preistoria Alpina, vol. 34 (1998), Trento, pp. 27-60.
Pasquali T. 1993, Terlago. Aggiornamenti di Preistoria. Organizzazione amministrativa ed economica nel Medioevo, a cura di T. Pasquali e Mariano Bosetti, Cassa Rurale della Valle dei Laghi, Vezzano.



Seminario Permanente di Etnografia Alpina - MUCGT




"Le frontiere nascoste della cultura del vino" San Michele all'Adige"

12-14 novembre 2010
Aula Magna della Fondazione Edmund Mach -
Istituto Agrario di San Michele all’Adige

Ore 10
Archeologia Presiede: Cesare Poppi

Giovanni Kezich, MUCGT
Latte d’uva. Introduzione archeosemantica, con Polifemo, Noè e altri personaggi

Gaetano Forni, Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura
Le frontiere “nascoste” sono pluriformi e plurisemantiche

Asja Zec, Fondazione dei Castelli di Bolzano
Traffici del vino in Dalmazia in epoca protostorica

Luca Pisoni, MUCGT; Umberto Tecchiati (Ufficio Beni Archeologici della Provincia Autonoma di Bolzano)
Il vino nell’età del ferro atesina come paradigma delle diversità tra Alpi e Mediterraneo

Ore 14:30

Genetica Presiede: Gaetano Forni

Attilio Scienza, Università di Milano
I limes culturali della viticultura europea

Osvaldo Failla, Università di Milano
Il vitigno: significato, origine, variabilità e onomastica

Stella Grando, Fondazione Edmund Mach
La genetica molecolare per ricostruire la storia dei vitigni

Serena Imazio, Università di Milano
Analisi di alcuni casi di studio relativi alla circolazione varietale in Europa

David Maghradze, Institute of Agriculture, Viticulture and Oenology, Tblisi
Georgian vinicultures: paradigms of hidden borders

Coffee-break

Ore 18

Archetivitis, un film di Nereo Pederzolli, Attilio Scienza, Osvaldo Failla, riprese di Andrea Segatta, 32’, Italia, 2010

Ore 19

Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina

Janos Hasur DiVino Violino! Tokaji e fuga per violino solo
(prenotazione necessaria)

SABATO 13 NOVEMBRE 2010

Aula Magna della Fondazione Edmund Mach - Istituto Agrario di San Michele all’Adige

Ore 9

Etnografia Presiede: Giovanni Kezich

Valentina Zingari, Università di Siena
Raccontare la vigna come legame al tempo, tra storia e memorie famigliari. Note etnografiche dalla Savoia alpina

Franco Castelli, Laboratorio Etno-Antropologico di Rocca Grimalda
Bacco in collina. Un laboratorio etno-antropologico tra i vigneti del Monferrato

Mauro Van Aken, Università di Milano Bicocca
La vita sociale della vite. Gesti, ambienti e culture della vite in Oltrepò Pavese

Italo Sordi & Giosuè Bolis, Museo etnografico dell’Alta Brianza
La vite e il vino: tecniche della tradizione (film, 28’, 2002)

Coffee-break

Francesco Penner, Fondazione Edmund Mach
Recupero e valorizzazione di un antico vigneto di Enantio a coltivazione promiscua

Daniele Gazzi, Daniela Perco, Museo etnografico della provincia di Belluno
Il sogno dorato dei pinot tra le bianchette e le viti americane nelle prealpi bellunesi

Emanuela Renzetti, MUCGT
Cuocere il vino. Le nuove frontiere di una tradizione marchigiana

Marcello Arduini, Università della Tuscia
Vite intorno al vino. Operai e operaie della Cantina Vaselli di Castiglione in Teverina (con il film Alvero il capo cantiniere, 14’, 2008)

Ore 14.30

Economia, società, costume Presiede: Attilio Scienza

Luciano Giacchè, Università di Perugia
Una frontiera temporale: il passaggio dalla coltivazione della vite all’economia del vino

Federica Corrado, Politecnico di Torino; Valentina Porcellana, Università di Torino
Viticoltura di montagna e sviluppo del territorio. Il caso della Valle Susa

Fabio Bertolissi, Rovereto
La vite, le vite, i territori: Trentino, Bosnia, Agro pontino e romano con lo sguardo rivolto al Brasile

Coffee-break

Marco Romano, Fondo
“Quell’acquosa amaritudine tedesca”: birra “contro” vino

Cristina Grasseni, Università di Bergamo
Del vino buono, o non tanto. Consumo critico e co-produzione ai margini della vigna

Christian Arnoldi, Università di Bologna
Prendete e bevetene tutti! Congetture per una topografia dei mondi del vino

Danilo Gasparini, Università di Padova
Prolegomeni ad una retorica enoica. La narrazione del vino oggi tra storia ed epopea neoruralista

Ore 18

Presentazione del libro

Margareth Lanzinger/Edith Saurer (Hrsg.)
UNGLEICHHEIT AN DER GRENZE Historisch-anthropologische Spurensuche im alpinen Raum: Tret und St. Felix.

Con una prolusione di John W. Cole, University of Massachusetts su “The Frontier Concept” e un intervento di Margareth Lanzinger, Università di Vienna

DOMENICA 14 NOVEMBRE 2010

Escursione a Revò: i vigneti del Groppello
(prenotazione necessaria)

Identità ed etnie nello studio della protostoria italiana


  
"Non tutti quelli che usano il Kalashnikov sono dei Russi" (Part # 1)

Anche a causa delle recenti vicende internazionali (Bosnia, Ruanda, ex Repubbliche sovietiche, ecc.), la questione dell’identità etnica è tornata ad essere un tema di primo piano per gli studiosi di scienze sociali.
Sul versante dell’antropologia, gli approcci attuali sembrano considerare l’identità e l’etnia come gli esiti di processi di costruzione sociale, non sempre pienamente coscienti e vissuti talvolta in opposizione ad altre identità (contrastive identity; Fabietti 1995, Remotti 1996; Barth 1969, Amselle 1990, Amselle, M’Bokolo 2008)
Bisogna comunque sottolineare che una volta compiuti, tali processi risultano efficaci e costituiscono una quadro di riferimento (ideologico, simbolico, ecc.) verso cui possono convergere sentimenti di identificazione, movimenti politici, ecc. (Jourdan 2010, p. 20 in riferimento ai lavori di Banégas R.).
Anche in archeologia i temi dell’etnia e dell’identità sono stati affrontati utilizzando, oltre al paradigma storico-culturale, orizzonti teorico-interpretativi di carattere antropologico e comparativo, che Mariassunta Cuozzo ha riassunto in un articolo di ampia sintesi (Cuozzo 2000).
  

 "Non tutti quelli che usano il Kalashnikov sono dei Russi" (Part # 2)

Come sostiene la studiosa, uno dei problemi più difficili da risolvere è quello di risalire ai processi di costruzione sociale e di ricollegarli alla cultura materiale, individuando in quest’ultima l’eventuale presenza di indicatori etnici cosa che, in buona sostanza, dipenderebbe da un’accurata ed approfondita lettura polisemica dei singoli contesti.
Per questo, ad esempio, gli attuali filoni di ricerca relativi ai conflitti e agli spostamenti di popolazioni (Etruschi, Celti, ecc.) nell'età del ferro dell'Italia settentrionale appaiono particolarmente spogli dal punto di vista della praparazione teorica.
L'eredità di Franz Boas in archeologia (il diffusionismo e le nozioni di area culturale e cronologica) non può essere utilizzata, valicato il confine del secondo millennio, come unico metodo d'analisi di situazioni instabili e conflittuali.
Come sostenne  ormai alcuni decenni or sono Frederik Barth (Barth 1969), un gruppo etnico non è utilmente definibile in base ai criteri linguistici, territoriali, ecc., ma, al contrario, in base a quelli elaborati dagli stessi interessati per stabilire un'unione e una distinzione tra sè e gli altri. Il gruppo etnico, per interagire con gli altri, elabora una serie di criteri di autoidentificazione che consentono ai suoi membri di interagire con i membri dei gruppi che si autodefiniscono in maniera diversa.
Le immagini riportate sopra, volutamente provocatorie, contribuiscono a mettere in luce le approssimazioni con cui talvolta viene ancora affrontata la questione.
Non tutti quelli che usano il Kalashnikov sono dei Russi (possono essere anche degli Africani) potrebbe ad esempio essere tradotto come: non tutti quelli che usano il gladio sono dei Romani o non tutti quelli che usano l'armamento lateniano sono dei Celti.

Bibliografia

Amselle J-L., 1990, Logiques métisses. Anthropologie de l’identité en Afrique et ailleurs, Paris.
Amselle J.-L., M’Bokolo E. 2008 – L’invenzione dell’etnia, Maltemi, Roma, 282 pp. (ed. or. Au coeur de l’ethnie. Ethnies, tribalisme et état en Afrique, La Découverte, Paris 1985)
Barth F. (a cura di), 1969, Ethnic groups and boundaries, Bergen-Oslo.
Cuozzo M. 2000 - “Orizzonti teorici e interpretativi, tra percorsi di matrice francese, archeologia post-processuale e tendenze italiane: considerazioni e indirizzi di ricerca per lo studio delle necropoli” in “Archeologia Teorica”, Terrenato Nicola (a cura di), Edizioni all’Insegna del Giglio, Firenze, 2000, pp. 323-360.

Fabietti U., 1995 - L’identità etnica. Storia e critica di un concetto equivoco, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 172 pp.
Remotti F., 1996 - Contro l’identità, Laterza, Roma-Bari, 108 pp.