Luoghi e gesta del bandito Castrin (TN): esiti materiali, percezione degli avvenimenti, costruzione dei ricordi


1. Introduzione

Abito in val di Cavedine, nella zona in cui visse Abramo Zeni (1912-1986), e dove tutti, fatta eccezione per i più giovani, lo hanno conosciuto come el Castrin, il bandito che «el toleva dove ‘n ghe n’era el meteva dove ‘n mancava» (dialettale; in Italiano si potrebbe tradurre come: prendeva dove ce n’era [merce] e metteva dove ne mancava).
Le gesta del bandito, forse anche perché non uccise mai nessuno, hanno esercitato un certo fascino romantico su moltissime persone, tanto da ispirare la canzone di una rock band locale, da essere preso ad esempio di rivolta sociale da parte di un gruppo di Anarchici e da figurare tra i soggetti di un quadro.
                                         
Tanta popolarità è forse dovuta ai frangenti picareschi e degni di un copione cinematografico che hanno caratterizzato la sua vita: la forza che gli permetteva di saltare a piedi uniti sopra i tavolini dei bar e di vincere tutte le gare in bicicletta, le pistole che portava alla cintura, i fantasiosi travestimenti, le donne che lo circondavano, i numerosi regali alle persone povere, fino all’arresto avvenuto da parte dei Nazisti.
Una biografia così interessante vale certamente la fatica di uno studio, così, assieme ad un amico, abbiamo deciso di fare delle interviste a diverse persone che lo hanno conosciuto.
L’insistente riferimento ad un «rifugio» che emergeva dalle testimonianze fu l’occasione per una prima visita nel Bus del Castrin, una grotta sopra l’abitato di Sarche. Appena entrato, da archeologo mi resi subito conto che stavo osservando ciò che rimaneva del rifugio del bandito: i resti di un piccolo riparo in legno, due focolari e diversi oggetti sparsi all’intorno.
Da qui nasce l’idea di una ricerca interdisciplinare dove integrare le differenti fonti di informazione.
Le complesse problematiche relative a studi simili a questo sono state recentemente discusse da Marco Milanese, che si è soffermato proprio sul rapporto tra archeologia e fonti orali.
Per quanto riguarda invece il rapporto tra gli eventi e la memoria che di questi si ricava dalle fonti orali, alcuni settori dell’antropologia culturale mostrano come il ricordo non sia necessariamente (o strettamente) correlato al fatto in sé, e, in quanto «costruzione culturale», si sedimenti diversamente a seconda dell’estrazione sociale dell’individuo o del gruppo.
Il caso che presento qui ha però una caratteristica particolare: non riguarda una società, una comunità o un suo segmento, bensì una singola persona.
È dunque possibile, e se sì con quali significati e sviluppi, intraprendere uno studio interdisciplinare relativo ad un singolo individuo ?
Sono diverse le discipline e gli studiosi che, in vario modo, si sono avvicinati a problematiche simili.
Il noto lavoro di Carlo Ginzburg, «Il formaggio e i vermi», tratta del mugnaio Menocchio vissuto in Friuli durante il XVI sec e riguarda, come nel nostro caso, una singola persona, ugualmente anomala e non rappresentativa di segmenti sociali più ampi.
In sedi diverse, Ginzburg polemizza con Fernand Bruaudel e con la storiografia struttural-funzionalista francese, i quali avrebbero inteso, con accezione fortemente negativa, la microstoria come «storia evenemenziale», non riconducibile alla struttura profonda della società.
Secondo Ginzburg la società è invece da pensare come «… il risultato dell’interazione di innumerevoli strategie individuali: un intreccio che solo l’osservazione ravvicinata permette di ricostruire».
Sul versante dell’archeologia, anche Ian Hodder ha polemizzato con Braudel a proposito dei medesimi argomenti.
Benché il pensiero di Braudel comprenda la questione relativa al rapporto tra singoli eventi da un lato e strutture dall’altro, secondo Hodder c’è il pericolo che tale rapporto sia sbilanciato a favore delle seconde.
Diversamente, lo studioso sottolinea come l’archeologia debba mettere l’accento sui fatti, sugli individui e sull’azione sociale (Agency); lo scavo riporta alla luce artefatti, da intendere come risultati di eventi individuali, che devono servire a ricostruire le strutture sociali, i gruppi, le società, gli ambiti regionali, ecc.

2. Obiettivi e metodi

Un primo obiettivo di questo post è quello di collegare la ricostruzione storico-biografica di Abramo Zeni (1912-1986) con il portato archeologico-stratigrafico individuato nella grotta in cui si rifugiò durante la latitanza. A tale scopo ho utilizzato tre linee di ricerca: lo spoglio dei quotidiani dell'epoca, le interviste ai testimoni diretti della vita del bandito e un sopralluogo nella grotta.
Un secondo obiettivo è quello di cogliere, tra le persone intervistate, i meccanismi di elaborazione dei ricordi, che, a seconda della posizione sociale dell’informatore, hanno avuto esiti differenti.

3. Le interviste ai giornali «L’Adige» e «l’Alto Adige»

L’uscita dal carcere, avvenuta il 27 giugno del 1973, valse ad Abramo Zeni un piccolo momento di notorietà. Tornava al paese dopo 29 anni di prigionia e, come appare dai titoli dei giornali, venne accolto come un emigrante povero di ritorno da un lungo viaggio.
Il quotidiano «L’Adige» gli dedicò addirittura la prima pagina.


Ad ogni modo, quella fu l’occasione per concedere delle interviste a due giornali locali, che rappresentano per noi un prezioso quadro dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti.
Ecco un brano dell'intervista pubblicata:

«Praticamente non conobbi i miei genitori. Fin dalla tenera età venni affidato alla comunità: fui ospite della Casa di Ricovero di Cavedine. Nel 1934 venni chiamato alle armi nel 27° Reggimento di Fanteria di Forlì. Feci 18 mesi di naja, poi tornai a casa per lavorare da calzolaio.
Venni richiamato nel marzo del 1939: ero destinato al fronte Jugoslavo, ma disertai. Da allora iniziò la mia vita tormentata: per vivere dovevo rubare. Rubavo e quello che era in più lo regalavo ai compaesani più poveri di me.
Rimasi poco tempo libero: verso la fine del 1939 mi arrestarono (per diserzione) e mi confinarono a Gaeta. Tornai a casa nel febbraio del 1941; mi richiamarono al 61° reggimento di fanteria a Trento, ma dopo due giorni ero già nei boschi.
Assieme a dei compari, il 9 febbraio 1944 mi recai a Pergolese per «regolare dei conti» con un certo Noè Frioli, con cui avevo effettuato qualche lavoretto, anche se da qualche tempo lavoravamo in due bande diverse.
Un giorno dal «rifugio» dove nascondevo la refurtiva la merce era sparita. Avevo saputo che era stato lui, il Frioli, così decisi di dargli una lezione. Con noi avevamo delle armi. Ci fermammo davanti a casa sua ed io lo chiamai alla finestra: scendi o sfondo la porta, devo parlarti!. Il Frioli si calò da una finestra sul retro, entrò nella stalla e ne uscì poco dopo con una forca, avanzando verso di me. Dissi agli altri di stare attenti che non ci fosse qualche amico o parente e poi lo affrontai con la pistola in pugno. Il Frioli non intendè mollare la forca e per intimidirlo gli sparai alle gambe, colpendolo alla coscia sinistra. Pensavo fosse fuori causa ma lui aprofittò per colpirmi con un’accetta alla fronte e ad un occhio. Mi svegliai all’ospedale di Arco e poi vennero i Tedeschi accusandomi di diserzione pluriaggravata. Tentai di difendermi confessando che la mia diserzione aveva radici politiche (ero con i partigiani) e mi inflissero il massimo della pena: 24 anni. Poi mi aggiunsero tutte le condanne per i reati minori (furti)».

4. Le interviste ai testimoni

Tra il 2004 e il 2009 ho realizzato, assieme a Paolo Cova, una quindicina di interviste a diverse persone per ricostruire i tratti principali della biografia di Abramo Zeni.

4.1 La Sorella

L’informatrice scoprì di essere la sorella di Abramo Zeni quando fu sul punto di sposarsi. Nei giorni precedenti al matrimonio alcuni uomini la portarono poco fuori dal paese di Cavedine, dove incontrò il bandito Castrin, che le disse di essere suo fratello e di abitare in un “rifugio” sopra Le Sarche (TN).
Una volta sposata, si trasferì a Bressanone (BZ), dove, qualche tempo dopo, ricevette una visita del fratello. I due si accorsero però di essere seguiti dalle forze dell'ordine e decisero di scappare.
Lui si dileguò mentre lei rimase nascosta per una notte intera nel greto di un fiume, aggrappata ad un grosso tronco d’albero.
Il mattino seguente decise di uscire allo scoperto e raggiunse la vicina strada, dove venne però individuata, arrestata e inarcerata per alcune settimane, pur senza rivelare dove si nascondesse il bandito.
Ebbe poi una nuova visita: una donna (la compagna del Castrin) venne a ringraziarla per aver taciuto, regalandole in premio una valigia piena di formaggio e di cibo in scatola.
Ancora oggi, con un velato sentimento di soddisfazione, si sente fiera per non aver parlato.
La donna non abbandonò mai il fratello nemmeno in seguito. Negli anni della galera fu lei a recarsi in visita nelle diverse carceri in cui fu recluso e fu ancora lei, assieme ai famigliari, la persona su cui Castrin potè sempre contare nel periodo che seguì la scarcerazione.
Più in generale, dice che il fratello decise di fare il disertore perché non voleva uccidere nessuno e perchè era di indole antifascista.
                                                                                                                                                                   
4.2 Il ragazzo di Sarche

L’informatore ci ha innanzitutto riferito di un grosso furto di cuoio, avvenuto al calzaturificio di Sarche, che tutti attribuivano al bandito.
Ci ha poi condotto nei pressi di quello che oggi è noto a tutti come il «Bus del Castrin», una grotta sospesa sulla strada che sale sopra l'abitato di Sarche. Ci ha raccontato come da bambino, passando sotto la grotta per portare le capre al pascolo, aveva paura e allungava il passo, dato che, in alcuni casi, si intuiva la presenza di qualcuno e, talvolta, si poteva vedere la canna di un fucile che sbucava da dentro.

4.3 La ragazza di Sarche

L’informatrice ricorda molto bene la compagna del Castrin, detta «la Spongina», anche se non ne conobbe mai il nome.
Era una bella donna, piuttosto alta e slanciata, e si diceva dormisse nel «rifugio» assieme al bandito.
Seppure non fosse originaria del paese, ogni tanto la si poteva vedere mentre camminava lungo la strada verso Pergolese, dove risiedeva.
Durante l’inverno indossava una pelliccia, l’unica che l’informatrice e gli abitanti di Sarche avessero mai visto.

4.4 Le altre interviste

Dalle altre interviste emerge come, sebbene fossero in molti a sapere dove fosse nascosto il bandito, el Castrin non veniva ricercato attivamente, sia per la paura che incuteva (anche alle forze dell'ordine), sia per la «venatura sociale» che caratterizzava le sue azioni e lo rendeva degno di rispetto (molti informatori confermano i regali in cibo fatti alle famiglie indigenti).
Interessante è anche quanto riferiscono alcuni di quelli che ne subirono i furti, tra cui un agricoltore di Pergolese, un negoziante di Cavedine e il figlio di un mugnaio di Calavino.
Nelle loro parole si distinguono sia i ricordi di quei giorni, dove emerge la rabbia per le rapine subite, che le considerazioni odierne.
Oltre che dei tollerabili incidenti, quei fatti appaiono oggi come dei «simpatici aneddoti» da raccontare, compresi in un gioco delle parti che vedeva da un lato la «borghesia rurale» e dall’altro elementi ai margini della società (banditi, pastori, ecc.), a cui oggi si guarda con la nostalgia del tempo passato e delle vite libere dalle costrizioni sociali.
Castrin diventa così una sorta di «buon bandito» (ricordando da lontano il mito del buon selvaggio, anch’esso privo dei freni della civilizzazione, ma, a differenza del nostro, buono tout court), che in fondo non ha mai ucciso nessuno e soprattutto non ha mai messo seriamente in pericolo l’equilibrio sociale esistente.

Diverso è invece l’approccio alla vicenda da parte della rock band La Guerrigliera e del gruppo di Anarchici. Il testo della canzone «Abramo” e l’articolo sulla rivista anarchica «Adesso» mettono l’accento sulla coraggiosa scelta di ribellarsi ad un sistema che obbliga i propri figli alla guerra.
Più in generale, dalle interviste traspare un fondo di memoria condivisa, sedimentatasi sulla frase, ripetutami moltissime volte, anche da informatori molto diversi tra loro per età ed estrazione sociale: «il Castrin era uno che prendeva dove ce n’era [merce] e metteva dove ne mancava».

5. Il Bus del Castrin: sito, strutture e oggetti

Il Bus del Castrin non è una vera e propria grotta, ma una stretta spaccatura verticale nella roccia del Monte Casale, che percorre tutta la parete fino alla base, dove scorre il fiume Sarca.

L’accesso è possibile sia dall’alto, come dice il ragazzo di Sarche, che dal basso, arrampicandosi per diversi metri sulla roccia che dalla strada sottostante porta fino ad una stretta apertura.
Il sopralluogo nella grotta, che ho effettuato il giorno 11/05/2009 in accordo con la Soprintendenza dei Beni Librari ed Archeologici di Trento, ha permesso di individuare i resti di due focolari e una concentrazione di oggetti riferibili al crollo di una struttura.

5.1 Le strutture

Durante il sopralluogo è stata individuata una concentrazione di oggetti, lunga circa tre metri e larga mezzo, costituita da piccoli pezzi di travi in legno, lamiere, laterizi e vetri frantumati. Si potevano vedere distintamente un frammento appartenente ad un foglio di catrame nero, un coppo arancione e una lamiera di colore argento, tutti oggetti solitamente utilizzati per la copertura dei tetti.
In corrispondenza dell’estremità nord la chiazza terminava contro una pietra di grandi dimensioni, dove si poteva notare la presenza di un focolare costituito da una cospicua concentrazione di carboni. Un secondo focolare è stato individuato a poca distanza, alloggiato tra due grosse pietre e la parete rocciosa.
Un piccolo vano, troppo basso per stare in piedi, è stato utilizzato come discarica; da qui provengono infatti piccoli frammenti di travi in legno, la maniglia di una porta, fili di ferro, fogli di lamiera e una scatoletta di cibo già aperta.


5.2 Gli oggetti

Sono stati rinvenuti numerosi oggetti, dei quali presento qui solo un piccolo campione.


5.2.1 Le stoviglie

Il frammento di piatto (n. 1), che giaceva assieme a numerosi altri, reca scritto sul fondo il nome della fabbrica: Zemanek & Cornell, Trieste. Utilizzando la rete internet, le uniche informazioni che si possono ricavare provengono dal sito di eBay, dove è rimasta traccia di un annuncio di vendita, purtroppo già scaduto, relativo a due lettere commerciali della Zemanek & Cornell, datate 1924.

5.2.2 Ceramica domestica

Il frammento di Pitar (n. 3) appartiene ad una delle numerose forme ceramiche prodotte localmente tra il XVIII e il XX sec. ed utilizzate in ambito domestico.
L’impiego di tali vasi varia, a seconda dei casi, dalla conservazione del cibo (burro, strutto, marmellate, uova nella calce), alla sua cottura (minestroni, latte, brodo, ecc.), fino al servizio di portata per acqua o vino.

5.2.3 La scatoletta in metallo e il coltello in ferro

Ho mostrato la scatoletta di metallo (n. 2) a due negozianti del luogo, che esercitano la professione da moltissimi anni. Entrambi dicono di aver trattato scatolette simili, che contenevano pesce e che vendevano a clienti dotati di buoni mezzi economici, già dagli anni immediatamente precedenti alla Seconda Guerra Mondiale.
L’assenza di marche, scritte o elementi di altro genere, impedisce di inquadrare con precisione il coltello in ferro (n. 4).

5.2.4 Il chiodo in ferro

Il chiodo in ferroè completamente arrugginito ma integro (n. 5).
La scarsa variabilità morfologica che caratterizza la produzione di oggetti di questo tipo, certamente diffusi fino all’epoca moderna e contemporanea, impedisce di proporre un inquadramento preciso.

5.2.5 Il cuoio, le scarpe e il tacco

Ho mostrato il pezzo di cuoio (n. 7) ad un esperto calzolaio locale, che mi ha fatto notare come i margini leggermente curvilinei siano il risultato di un taglio avvenuto per mezzo di un coltello o di un utensile affilato, e che l’oggetto può essere interpretato come lo scarto di lavorazione di una pelle più grande, come quelle che compera lui stesso per il suo laboratorio.
Riguardo ai resti delle scarpe (nn. 9-10), costituiti da una suola e da una tomaia, il calzolaio sostiene che si tratti di scarpe da uomo di ottima fattura, numero 42, compatibili col piede del bandito, descritto da tutti come agile e minuto.
Il tacco in gomma (n. 8) è caratterizzato dalla presenza della scritta «ARBITER». Utilizzando la rete internet si può facilmente trovare il sito dell’omonima fabbrica (http://www.calzaturificioarbiter.it/home.asp), avviata nel 1954 dall’imprenditore campano Alfonso Marciano.
L’oggetto è quindi cronologicamente successivo alla frequentazione della grotta da parte del bandito.

5.2.6 Il flaconcino di profumo Grenoville

Dal rifugio proviene un flaconcino in vetro (n. 6) sul cui fondo è stata realizzata, in rilievo, la scritta Grenoville.
Secondo i ricercatori del Museo del Profumo di Milano, a cui ho inviato alcune fotografie dell’oggetto, la Maison Grenoville fu creata a Grenoble nel 1879 da Paul Grenouille e cessò l'attività sul finire degli anni ’40.
La boccetta in questione - presumibilmente il frutto di una rapina avvenuta in una casa borghese (non certo contadina) o in un negozio - è un flacone standard, fabbricato in maniera continuativa tra gli anni ’20 e i ‘40 e utilizzato per contenere profumi, lozioni e preparazioni cosmetiche.

6. Conclusioni e considerazioni

Il primo obiettivo di questo lavoro è quello di incrociare le tre linee di ricerca e di verificare se si supportano a vicenda o se, al contrario, configgono.
Il confronto ha dato origine ad alcuni punti di contatto dove le fonti si sono sovrapposte, collimando tra loro in diverso modo.
Si pensi ad esempio all’intervista che il bandito dà al giornalista, definendosi partigiano, circostanza che non trova confronto in nessuna delle testimonianze e nemmeno nel frangente storico, che lo avrebbe portato a conseguenze ben più gravi della galera.
In altri casi, come per l’oggetto in cuoio e la professione di calzolaio rivelata da Zeni stesso al giornale, le diverse fonti di conoscenza sono invece perfettamente complementari.
I piatti, il profumo francese e la scatoletta in metallo per il pesce, che all’epoca dovevano essere considerati dei veri e propri status symbol, sono forse ciò che rimane della refurtiva del bandito.
La boccetta di profumo francese è probabilmente un regalo (presumibilmente frutto di un furto, come forse anche la pelliccia descritta dalla ragazza di Sarche) alla sua compagna («la Spongina») o a qualche altra donna.
Il risultato più importante è quindi di carattere metodologico. Traspare infatti come biografia e archeologia possono concorrere finanche a ricostruire le vicende di una singola persona, e viene confermato come l'archeologia, e più in generale lo studio degli oggetti, porti in dote una quantità notevole di informazioni, spesso non accessibili ad altre discipline.
Il secondo obiettivo - indagare i meccanismi di elaborazione dei ricordi - deriva dai temi trattati nell’introduzione.
Come indica Ginzburg nella prefazione al lavoro su Menocchio, anche un caso limite, come quello che presento qui, può essere rappresentativo.
Negativamente, perché contribuisce a precisare cosa si deve intendere come «statisticamente più frequente».
Positivamente, in quanto le voci dei protagonisti consentono di interrogarsi sui ricordi e sui punti di vista di ciascuno, slegandoli dalle interpretazioni schematiche destinate a formarsi in seguito.
Nel Trentino rurale tra le due Guerre Mondiali, non erano certo le figure dei banditi ad essere «statisticamente più frequenti».
Il banditismo, attestato in epoca moderna e contemporanea in diverse parti d’Europa, in Italia era un fenomeno ben conosciuto soprattutto nelle regioni meridionali e in Sardegna.
Riguardo all’Italia settentrionale, la storiografia riporta nomi e malefatte di bande o banditi isolati, come il romagnolo Stefano Pelloni, che Giovanni Pascoli definisce bonariamente Il “Passator Cortese”, il piemontese Sante Pollastri e moltissimi altri; rispetto a questo fenomeno, il Trentino e la figura di Abramo Zeni appaiono invece piuttosto isolati.
Riguardo alle voci dei protagonisti e al punto di vista di ciascuno, è possibile interrogarsi sui meccanismi di formazione dei ricordi, che, come si è detto nell’introduzione, si sedimentano diversamente a seconda dell’estrazione sociale dell’individuo o del gruppo.
Si ha così un livello che potremmo definire popolare, dove il bandito è identificato come una sorta di Robin Hood, colui che «prendeva dove ce n’era [merce] e metteva dove ne mancava», frase ripetutami da moltissimi informatori di età e posizione sociale diversa, i cui riflessi giungono fino alla prima pagina del giornale «L’Adige».
Ha invece una connotazione politico-sociale la costruzione del ricordo effettuata da parte della rock band La Guerrigliera e del gruppo di Anarchici, che hanno enfatizzato gli aspetti di ribellione alla guerra e al sistema.
Di estrazione borghese è invece la figura del «buon bandito», elaborata da quanti hanno subito i furti, che identificano per alterità l’immagine del fuorilegge libero da costrizioni sociali, a cui guardare con rimpianto.

Luca Pisoni

Il testo e le immagini sono quelli della relazione presentata il 13 maggio 2010 al 5° Convegno di Etnoarcheologia, Roma (Is.I.A.O., via Aldrovandi 16).
Vorrei ringraziare i diversi testimoni (rimasti anonimi in quanto la questione del bandito è ancora piuttosto viva) e Franco Nicolis, della Soprintendenza ai Beni Librari e Archeologici di Trento, per aver reso disponibile l'utilizzo dei dati di carattere archeologico.

1 commento:

  1. Ho conosciuto anch'io il castrin..prima della sua morte...viveva in condizioni misere..ed era oramai una...machietta..per gli abitanti di Cavedine..

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